Alan Moore

Raccolta di link e traduzione di articoli di Alan Moore in ordine sparso:

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Dodgem Logic – n.3 Aprile/Maggio 2010


La magia è qualcosa che non si dovrebbe neppure menzionare in compagnia di gente comune, anzi, pensandoci bene, in nessun tipo di compagnia. Ucciderebbe la conversazione, la renderebbe più morta di Houdini ed evocherebbe un silenzio al contempo terrificante, patetico e disagevole, come se si dichiarasse all’improvviso di essere favorevoli all’incesto o alla Morris-Dance (danza folk inglese), pratiche perfettamente accettate nel medioevo, ma che la scienza moderna ed il senso comune ci suggeriscono di evitare. Questo è particolarmente vero al presente, quando la scienza e la razionalità, che hanno sollevato le nostre specie dal pantano dell’ignoranza e della peste, sta combattendo per sopravvivere contro un’orda di batti-pulpiti e teste fobiche della realtà che pensano che il pianeta sia stato creato in soli sette giorni come fosse una fornitura IKEA e questo solo seimila anni fa da una vanitosa divinità di un vulcano locale che avrebbe apparentemente potuto usare un corso di gestione della collera e che piantò fossili vecchi di diversi milioni di anni solo per testare la fede dei paleontologi del XX secolo.
Non è solo il darwinismo ad essere minacciato, ma la stessa ragione con tutti i suoi progressi nel pensiero umano da Galileo in poi. Data la posta in gioco, sembra controproducente che si menzioni la magia, sarebbe come infangare dell’acqua già insanguinata per spargere un’idea egualmente disprezzata da entrambe le parti di questo sempre più brutale e sbeffeggiato argomento.
E se invece in un cappello a cilindro senza fondo di idee magiche ci fossero i mezzi per risolvere concettualmente la disputa, qualche arcana e scardinata visione del mondo abbastanza ampia per accomodare due realtà apparentemente inconciliabili, quella scientifica e quella spirituale?
Dopotutto la magia è più vecchia sia della scienza che della religione e in molti casi è parente di entrambe, con la religione essendo solo tradizioni magico-tribali e miti della creazione organizzati su modelli più formali e la scienza costruita sulle fondamenta dell’erudizione ermetica e l’alchimia.
Chi Può quindi risolvere meglio i bisticci fra due bambini se non mamma e papà? Ci si potrebbe quindi ragionevolmente domandare che cosa sia “esattamente” la magia, vista la sua importanza storica e potenziale.
Sebbene la domanda sia diretta e chiara, le risposte potrebbero differire a seconda di a chi la si rivolga.
un bambino di cinque anni vi risponderà con convinzione che la magia è qualcosa che una strega o un mago fa per evocare incantesimi o per volare nei cieli illuminati dalla luna di halloween.
Un cristiano fondamentalista vi dirà più o meno lo stesso mettendo però più enfasi sulle orge sataniche ed eterni fuochi infernali, mentre uno scienziato razionale vi descriverà la magia come un sistema di credenze che ha sfruttato l’ignoranza umana su come il mondo funziona, per giustificare un’infinita serie di mascalzonate, tirannie e macelli, da che mondo e mondo. In ognuna di queste definizioni può esserci qualche elemento di verità, ma se vogliamo comprendere la magia nei suoi propri termini, anziché domandare a degli estranei faremmo meglio a chiedere alla magia come definisce se stessa.
Questa domanda può ricevere diverse risposte se considerata nell’arco di diversi millenni e diverse filosofie magiche, ma una “definizione-scorciatoia” e moderna ci può essere fornita da colui che fu chiamato la grande bestia e mago del XX secolo Aleister Crowley che avrebbe definito la magia come l’atto di portare cambiamenti nella realtà in accordo alla propria volontà. La volontà si capitalizza liberamente affinché si proponga per le intenzioni e le azioni del proprio sé superiore, la nostra parte più nobile e saggia, quella che si cura di noi quando ci dice che pisciare su un cavo elettrico scoperto non è una grande idea. Questo fa un’attenta distinzione fra la nostra reale volontà ed i nostri desideri, bisogni ed impulsi.
Correre al nostro posto di lavoro o a scuola con una spada da samurai o un AK 47 porterà sicuramente cambiamenti nella realtà, sia per noi che per le nostre vittime, ma questi sarebbero cambiamenti che solo un deficiente ossessionato con sé stesso, uno psicosociale storpio troverebbe interessante o soddisfacente.
Questo sarebbe contrario all’intero interesse centrale della magia, che è di collegare l’individuo con il suo sé elevato e quindi trasformarlo in un individuo bilanciato e potenziato, più capace di gestire le potenti correnti vitali con le circostanze che le girano intorno. Qualcuno insomma a cui succede ciò che ha pianificato mentre le difficoltà svaniscono… come per magia.
Per meraviglioso che possa essere, se tutto ciò che riguarda la magia altro non fosse se non una sorta di annebbiato programma di auto-miglioramento new-age, allora dov’è la causa per tanto scompiglio? Dove sono i demoni evocati fischiando nei pentacoli e tutti i poteri soprannaturali, i voli notturni sui manici di scopa?
Questi cambiamenti della realtà, includono anche dei cambiamenti nelle leggi della fisica, per esempio la legge di gravità? Ovviamente la risposta a questa domanda è no.
Allora significa che tutte le affermazioni date sul conto della magia non sono altro che non un collage di pazzie, fantasie, imbrogli e fraintendimenti? Fosse questo il caso, mancherebbero le basi per la maggior parte della scienza e della cultura moderna, e quindi la risposta deve essere ancora negativa.
Questo ci lascia con un’apparente contraddizione: stiamo dicendo che la magia è reale o non reale? Oppure stiamo dicendo che in qualche modo è entrambe le cose allo stesso momento? La soluzione a questo enigma ci offre la chiave vitale per comprendere la magia, ma prima di coglierla dovremmo scegliere i nostri termini di referenza.
In altre parole, prima di decidere se la magia è reale-non reale o in qualche modo in bilico tra le due cose, dovremmo prima chiarirci cosa intendiamo per realtà.
La prima cosa che possiamo dire in modo definitivo sulla realtà da una prospettiva umana, è che non possiamo sperimentarla direttamente. Fotoni bombardano le nostre retine.
Abbiamo vibrazioni nell’orecchio interno, nei timpani. Le nostre narici e le papille sulla nostra lingua trasmettono impressioni che comprendono tutto quanto odoriamo e gustiamo, mentre minuti impulsi elettrici correndo per il nostro sistema nervoso ci dicono se stiamo toccando seta o carta vetrata. Momento per momento componiamo questo segnale e ne facciamo un gran quadro ambiguo e sfuggente che chiamiamo realtà. Non lo è; è la nostra impressione sensoriale della realtà essendo impossibile sperimentarla direttamente. Effettivamente ad essere pragmatici, la realtà è nella nostra mente.
La seconda cosa che possiamo dire sulla realtà umana è che sembriamo sperimentare continuamente due tipi molto diversi di questa sostanza o qualità elusiva.
Prima di tutto c’è questo mondo materiale con tutte le sue leggi chimiche… leggi complesse ed inflessibili, biologiche o fisiche con le quali i nostri corpi esistono ed interagiscono.
Nel cercare di comprendere la realtà materiale, la coscienza umana ha sviluppato uno strumento squisitamente preciso, la scienza, con la quale possiamo misurare studiare e forse eventualmente comprendere molto sul cosmo che ci circonda. Poi, in secondo luogo, abbiamo il reame immateriale nel quale la nostra mente sembra essere sospesa, la sfuggente ed insondabile realtà della stessa coscienza umana… che, come detto poc’anzi è l’unica realtà che noi possiamo veramente conoscere direttamente.
Questa realtà interiore e assolutamente e completamente impenetrabile dello scrutinio del metodo scientifico, il quale richiede prove empiriche e fenomeni ripetibili in condizioni di laboratorio, escludendo così il pensiero, le emozioni ed il resto del panorama. E’ ironico ma l’unico luogo imperscrutabile per il nostro metodo scientifico di conoscere il mondo è la coscienza stessa… dalla quale la scienza è nata.
L’incapacità della scienza di maneggiare la coscienza (o perfino il non poterne provare l’esistenza) presenta un problema nel senso che se volessimo sapere come funzionano le nostre menti in modo da proteggerle o migliorarle proprio come i nostri corpi beh… non avremmo nessun verso cui rivolgerci. Naturalmente la coscienza presenta anche un maggiore ostacolo insormontabile per la scienza stessa.
La scienza può chiedere giustamente di essere riconosciuta per le innumerevoli intuizioni che nel corso dei secoli ha donato alle nostre esistenze, ma c’è il sospetto che il fatto di non riuscire a fornire una spiegazione per la coscienza, che molto probabilmente è la questione più straordinaria, preziosa e rara che esista nell’universo, sia irritante. Dal punto di vista della scienza, la coscienza è ciò che è stato chiamato “ il fantasma nella macchina”, uno spettro vaporoso ed elusivo, inesplicabile, che confonde quello che altrimenti sarebbe il nostro schema ad orologeria di vedere le cose. Questa mancanza nella comprensione scientifica è così irritante che alcune aree della scienza, hanno cercato di chiudere la faccenda affermando che la coscienza semplicemente non esiste, essendo in qualche maniera un’allucinazione causata dall’attività ghiandolare, dalla chimica, da qualcosa che la scienza può misurare, anche se la coscienza svolazza di fronte a tutte le esperienze umane.
Questo punto di vista scientifico ci offre un punto di vista delle nostre attività interiori che sembra limitato, impoverito, e funzionalmente inutile, specialmente se ci troviamo in un qualsiasi settore lavorativo che richieda la nostra creatività. Come potremmo aspirare alle altezze letterarie di Shakespeare o alle composizioni musicali di J.S. Bach con tutte le attività mentali ridotte ad essere una semplice scorreggia della ghiandola pineale?
Un modello di consapevolezza più ricco ed utile sarebbe forse richiamato da idee un po’ più flessibili su che cosa costituisca la realtà. Se per esempio, invece di negare l’esistenza della coscienza solo perché sfugge ai parametri di ciò che può essere discusso dalla scienza, prendessimo l’ipotesi per cui i fenomeni fisici e mentali sono reali anche se reali in modo diverso?
Se accettassimo che tutte le creature pensanti siano anfibie nel senso che abbiano una vita in due mondi contemporaneamente; se accettassimo che il mondo fantasma delle idee, della coscienza, sia tanto reale quanto quello in cui ci ammacchiamo gli stinchi, non avremmo, almeno potenzialmente, un nuovo modo di guardare alla consapevolezza e forse nuovi modi per interagire con le nostre menti, un modo che si riveli più produttivo, fruttuoso e francamente più eccitante?

traduzione: md
revisione: bs

(questo è uno stralcio del saggio presente sulla rivista Dodgem Logic n.3 – only a part of the essay)
link: http://www.dodgemlogic.com/

THE MINDSCAPE OF ALAN MOORE

Una delle frasi che mi ha colpito di più nella sfera magica del linguaggio di Alan Moore, l’ho letta in un’intervista da parte di Eddie Campbell (Un disturbo del Linguaggio – Edizioni BD) in coda alla pubblicazione di “Sacco Amniotico” e “ Serpenti e Scale”:

“… per quanto, in qualche modo, sia corretto dire che farsi coinvolgere dalla magia è un po’ come farsi inoculare un vaccino… interessarsi a sfere di conoscenza che vanno oltre la sanità mentale prima che queste sfere interessino a te…”

E’ in effetti questa l’impressione che si ha in quel momento che segue la lettura di una delle sue opere; una sensazione che in qualche modo il tuo pensiero sia stato sapientemente scortato al di là del modo comune di osservare quello che ci circonda, nel tentativo di definirne il funzionamento.
E’ così che senza volerlo, ad un certo punto della tua vita ti ritrovi ad essere, come lui stesso afferma, “vaccinato usando una blanda forma di esaurimento mentale, così da ottenere gli anticorpi sufficienti ad eludere una follia più grande nel momento in cui si presenti.”
Con questo non voglio dare la colpa del mio esaurimento mentale ad Alan Moore, voglio invece manifestare la gratitudine che ho nei suoi riguardi, per il nutrimento che la sua opera mi ha trasmesso.

La spazio creativo di Alan Moore è così denso e occulto da tenere alla larga anche la maggior parte degli atleti della cultura di massa, almeno per quello che riguarda la mia esperienza personale.
Godo di energia nello scoprire qualcosa di prezioso e raro. Questa volta però, qualcosa ha dirottato verso un’altra dimensione quella che sembrava essere una tra le tante strade annodate nei miei ragionamenti.
Quando mi sono ritrovato immerso nel tesoro di idee e di linguaggi di Alan Moore, ho sperimentato un nuovo modo di pensare e di conseguenza un nuovo modo di esprimere la mia creatività. Un modo coraggioso, profondo, audace e lontano dall’essere influenzato dai gusti del mercato. Dopo aver letto “La Voce del Fuoco” il suo unico romanzo ho smesso di cercarlo nel mondo materiale per incontrarlo nello spazio delle idee.
Il suo pensiero sembra aver seguito un percorso premeditato, consapevole, che lo ha portato a realizzare opere che hanno tutta l’impressione di essere fatte di libertà e magia.
Coerentemente con i suoi pensieri così profondi e trasparenti, il suo lavoro continua ad evolversi attraverso opere sempre più sperimentali e magiche che vanno dal romanzo “La Voce del Fuoco” ambientato a partire dal 4000 A.C., alla sceneggiatura di fumetti, dalle composizioni musicali fino alle performance sperimentali.
L’assorbimento del suo lavoro non necessita di più memoria o di una maggior attenzione, necessita di tutti le qualità umane essenziali.
Alan Moore nel mio caso è riuscito a schiantare ogni muro che divideva la realtà in più concetti.
-Tutto quanto è reale, la distinzione può esistere solo tra il mondo materiale e l’immateriale.
(Promethea no.7)
Forse l’attenzione verso la fama ha distratto gli artisti dall’opera d’arte ma qualcosa a quanto pare emerge ancora, tra le nubi cancerogene alzate della grande corsa verso l’immortalità. Sapere dell’esistenza di una persona come Alan Moore, iniziare a conoscere i suoi lavori ed il suo pensiero è sicuramente una delle più belle esperienza che abbia fatto nel corso della mia vita.
La visione del documentario “The Mindscape of Alan Moore” è, secondo me, il metodo migliore per aver esperienza dei suoi concetti.

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